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Archivio Ottobre 2006

Due ganci, una catena

22 Ottobre 2006 17 commenti


In chiusura del precedente articolo – prendendo spunto dall’incivile comportamento della questura di Ferrara che, dopo aver torturato e ucciso a calci e manganellate un ragazzino diciottenne, fa, pretende e ottiene muro dalle locali istituzioni intorno ai quattro assassini – propongo la consueta alternativa diritti/doveri nel settore della civiltà in generale e mi chiedo se questa storia di inaudita violenza possa avere qualche punto di contatto concettuale con la morte di croce di Gesù Cristo. La complicità delle istituzioni: mi riferisco a questore, procuratore capo, sindacalisti e, absit injuria verbis, arcivescovo, il quale, in questa vicenda dagli evidenti risvolti spirituali, ha scelto la parte sbagliata, il potere, al quale aspira, si dice, in Vaticano (e poi ci lamentiamo quando quelli che non sanno che la chiesa siamo noi, tutti noi, sostengono che è marcia… ). Il sindaco no; il sindaco (riceverà l’ordine dall’ineffabile questore pro-tempore, ora cacciato, di rimuovere due [2] micromanifesti con il volto di Federico imbrattanti, nell’imminenza, mi sembra, del suo primo non compleanno, l’intera città di Ferrara) è, fin dal principio, schierato a fianco dei suoi concittadini vilipesi, infangati, mutilati. Scrivo, in particolare, “… con tutti i dovuti e doverosi distinguo, anche per evitare di cadere nel blasfemo, mi torna in mente il quesito di un gesuita che si chiede, e ci chiede, ‘perché la morte di croce?… per la redenzione di noi miseri peccatori, non erano sufficienti quelle poche gocce di sangue della circoncisione?’. Di questo, e della sua ipotetica attinenza concettuale con la storia di Federico, nel rispetto della sostanziale dicotomia Creatore/creatura, parleremo eventualmente un’altra volta”. Un’altra volta. Sembra facile… un problema, una volta posto, comincia a rullare nel cervello, fino al decollo… considerazioni, riflessioni, ricordi, dimenticanze, elenchi, esempi, categorie… finché la tastiera non è chiamata a registrare almeno i cardini, un brogliaccio del ragionamento in itinere. Bene. Gesù viene tra noi, mandato dal Padre con l’impegno di rinnovare un contratto scaduto e comunque denunciato: c’è da riscrivere un atto di alleanza. Niente inchiostro, poco indelebile. Sangue. Quanto? Tutto. Perché? Per la redenzione e la salvezza di un manipolo di manigoldi che nemmeno un immane diluvio riesce a rinsavire, non bastano le poche gocce della circoncisione, incruento, ma sangue divino anch’esso? Tutto, crucifige… Di qui la croce, scandalo per gli ebrei, follia per i romani, stoltezza per i musulmani, gloria per i cristiani. Cristo, ucciso perché il suo annuncio sconvolge il mondo, i suoi equilibri, i suoi vizi, le sue comodità, le sue ricchezze, i suoi favori, le sue alcove, perché richiama le coscienze al sacrificio, alla rinuncia, alla virtù, al perdono, all’amore… del prossimo, del nemico. Via, via, togliamolo di mezzo ‘sto rivoluzionario, prima che combini guai troppo grossi. Crucifige… crocifisso. E… Federico? Proviamo a immaginare, ragionando a voce alta. Il ragazzino, diciottanni da settanta giorni, torna a casa da una gita con gli amici, soddisfatto. Anche se l’impegno bolognese è saltato, stare insieme ai coetanei è già soddisfazione, confronto e condivisione, senza l’assillo dell’autorità, del parere vincolante dell’esperto, che ne sa di più, che va rispettato, a priori. Un giovane normale, contestatore quanto basta, come ciascuno di noi, contestatori dei nostri genitori, contestati dai nostri figli, contestati a loro volta, dai nostri nipoti. Un ragazzo con i suoi conflitti generazionali fisiologici, inevitabili: il desiderio e la paura, a un tempo, di crescere… riascoltiamo, provare per credere, le risposte, ferme e dolcissime, alle più recenti domande del padre sulla spiaggia di Palinuro… la sicurezza, il calore del ‘contestato’ rifugio familiare. Tutti al muro, ‘sti ragazzi? E noi, tutti noi, come mai siamo ancora tutti qui? Ha preso qualcosa? Possibile. Sono tutt’altro che disponibile alla supina accettazione dello ‘sballo del sabato sera’: sono rigido, sul punto, anche ruvido. Ma questa eventualità non può, e non deve, diventare l’alibi, la motivazione e la giustificazione della violenza estrema, letale. Nel viaggio di ritorno in auto, comunque, ci dorme sopra e si sveglia senza scorie, come afferma il tossicologo verace che esamina il referto anonimo sottopostogli. Potrebbe tranquillamente guidare un’auto, la patente non l’ha ancora presa, ma è lì, a giorni. Non vede l’ora. Scende a qualche centinaio di metri da casa, a godersi quel fresco che, con il sole alto, nel fine estate che va pigramente lasciando il posto all’autunno, diventerà caldo umido, insopportabile. Si avvia fregandosi le mani, mentre gli amici dalla macchina lo guardano scuotendo, sorridenti, la testa ‘… il solito Aldro’. Toh, una volante. Chissà che ci fa una volante, qui, ferma. Ma… ma non è ferma, sobbalza. Ma dai… non ci posso credere, ma vuoi vedere che… ma sì, ma guarda ‘sti due, ma proprio in mezzo alla strada, ma non potevano proprio farne a meno, vediamo se riesco a raccontarlo a qualcuno… macché, tutti a dormire, tutti spenti… ‘… sì, Monica, ti dico che ci ha visti, praticamente mi ha sgranato gli occhi in faccia, chissà se ci ha riconosciuti? E’ il figlio del vigile, abitano qui dietro, per andare a casa deve passare per forza per il parchetto, dai, andiamogli a dare una lezione. Tanto, chi lo conosce, hai visto com’è vestito, pare uno dei centri sociali, un extracomunitario. Chiamiamo pure la 3 che dovrebbe stare da ‘ste parti’. Il resto ce lo racconta Anne Marie in una testimonianza agghiacciante per violenza, tracotanza, superbia, arroganza, presunzione, cieca bestialità, ma anche presenza a sé stessi, nessuna incapacità, nemmeno temporanea, di intendere e di volere ‘… sta male? è stata la roba’, ‘… moderiamo, si stanno accendendo le luci’. Ma perché parlare di bestialità invece che di diavoleria? di quattro delinquenti indiavolati… chi è il diavolo, un angelo decaduto… chi è l’angelo, spirito, più dell’uomo, meno di Dio: eccolo il gancio, Cristo/Federico, Creatore/creatura. Diversi i fini: la redenzione dell’umanità, un succoso gossip da condividere con gli amici; diversi i precedenti: una vita umana senza peccato, una vita umana… come dire, normale, ancora tutta da vivere, e da scoprire. Confrontabile la fine: il sommo sacerdote, gli scribi e i farisei, anche in divisa, sanciscono il no alla vita, pericoloso, può innescare un sacco di guai, proprio come il ‘rivoluzionario’ predetto… Chissà se guaio e agguato hanno la stessa radice?… La conclusione, quella sì, è certamente la stessa: violenza senza soste e senza fine, immotivata e immotivabile, indegna di esseri umani, ma anche di bestie, tipica di demòni, che, in fondo all’orrido tunnel di quattro coscienze corrotte, abbiette, crede di trovare solo nella morte altrui, immeritata, improduttiva catarsi. Chi di noi, guardando con raccapriccio le foto di Federico al suolo, esanime nel suo sangue, con il corredo della impietosa descrizione di Anne Marie, non è, suo malgrado, tornato all’orrore della flagellazione di Gesù proposta da Mel Gibson? La morte di Cristo sublimazione dell’amore, la morte di Federico genesi di amore: ecco l’altro gancio. Due ganci fanno una catena che stringe, inesorabile, i concetti… L’amore tra coloro che i suoi cari chiamano ‘le persone oneste e con un’anima’ esplode, divampa nel blog e unisce ormai familiarmente, patriarcalmente, centinaia di persone di sesso, età, razza, cultura, religione non necessariamente noti, e comunque indifferenti. Madre Teresa non è passata invano, come Chiara Lubich, che passa ancora. Ho sempre desiderato di fare parte di una famiglia patriarcale: mai avrei immaginato che il mio patriarca sarebbe stato un ragazzo di 18 anni, fonte e dispensatore di amore, indistruttibile, insolubile collante di noi tutti gravitanti intorno agli Aldro. Il prezzo, il costo di questo evento straordinario è, però, improponibile, inaccettabile, insopportabile, ingiustificabile. Un pensiero scambiato in questi giorni con Lino Aldrovandi ‘… ringraziamo chi ci ha posti sulle nostre strade e ci ha fatto incontrare, ma sarebbe stato meglio se non ci fossimo conosciuti’. Io, in particolare, positivista ai limiti del materialismo, non credo a certe coincidenze e casualità che, da sole, non mi soddisfano. Voglio concludere tornando con amarezza all’interrogativo, adesso palesemente retorico, del mio amico gesuita, sulla quantità del sangue di Cristo necessaria per la redenzione e la salvezza del genere umano. Avevi, manco a dirlo, ragione Tu, Signore: a guardare certa persistente, e addirittura nuova, ferocia dell’homo homini lupus, sembrerebbe, perdonami il paradosso e l’apparente bestemmia, che neanche quel ‘tutto’ sia stato sufficiente. Chissà, ora, con il supplemento di Federico… Giorgio.
Riferimenti: Ancora e sempre Federico Aldrovandi

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Civiltà: diritto o dovere?

16 Ottobre 2006 9 commenti


Trascino qui da noi una discussione nata nel blog di Federico, vicenda triste e orribile dalla quale vorrei trarre considerazioni, e conseguentemente quesiti, di carattere generale.
Nelle immediate vicinanze dell?ippodromo di Ferrara, zona densamente urbanizzata, alle 6, alba tragica del 25 settembre 2005, Federico Aldrovandi, 18, pochi, splendidi, anni, incappa in un controllo di polizia: dopo un quarto d?ora di pestaggio, di tortura, ad opera degli equipaggi di due volanti cessa di vivere. Trovo del tutto irrisolvente chiedermi il perché: lui non c?è più, loro sì, integri, con i loro stipendi a nostro carico.
Le cinque ore successive impegnano la questura locale nella visita degli abitanti che affacciano sul luogo dell?omicidio, per sapere ?cos?hanno visto e sentito?: esito OK, nessuno ha visto niente, nessuno parla, intimidatoria anticipazione (chi e cosa hanno scritto, ma stavolta con adeguata reazione della FNSI) di analoga inquisizione nei confronti della stampa.
Trascorrono nove mesi, forse non a caso il tempo di una gravidanza, perché una signora camerounense – la sola, comunque, riuscita finora ad accoppiare coraggio a coscienza -, riesca, infine, a partorire una testimonianza allucinante, ricca, purtroppo, di particolari agghiaccianti.
I difensori dei quattro carnefici tentano di buttarla in sceneggiata, in baruffa ?? una dichiarazione poco limpida? ?. Peccato non aver pensato a un interprete: una donna africana costretta a mimare i gesti più complessi o a descriverli – pressata da esperti umanisti in lingua madre – in un idioma sconosciuto, sempre più in bilico tra la culla del diritto e… il passeggino dello storto.
L?opinione della locale procura, anch?essa espressasi ripetutamente, sia pure per fatti concludenti, a favore dell?archiviazione, la desumeremo dall?evoluzione della procedura desolatamente ancorata, a quasi 13 mesi dal delitto, all?attesa di una perizia autoptica super partes (cioè, dopo oltre un anno, nonostante le foto parlanti a tutti note, non esiste un?autopsia condivisa… ) e alla valutazione di quella testimonianza che il solo soggetto eurafricano reperito è stato capace di rendere, però in una lingua sconosciuta, la più difficile: le sfumature dei nostri sinonimi e contrari non hanno eguali sulla faccia della terra.
E poi.
Il procuratore capo di Ferrara, colui che si avvale giornalmente della collaborazione di quei questurini, deciderà se quei suoi quattro collaboratori assassini, sulla base di questi due presupposti, autopsia e unica testimonianza ?non limpida?, meritino di essere rinviati a giudizio.
Oppure no.
A favore del processo eventualmente conseguente si è espresso il ministro degli Interni, con un parere documentato e motivato, criticato con arroganza e presunzione dai sindacati di polizia, praticamente suoi dipendenti, che lo hanno insolentemente invitato alla rettifica. Alle istituzioni del nostro ordine pubblico i tristi fasci littori del più odioso ventennio della nostra storia contemporanea non hanno nulla da insegnare…
Torniamo adesso al quesito introdotto dal nostro titolo: quella civiltà che reclamiamo come diritto quando ci accomoda è, negli altri casi, nostro dovere?
In altre parole, quel diritto che Patrizia Moretti Aldrovandi pretende osservato in questa fattispecie, diventa suo dovere quando lei non è personalmente coinvolta?
Leggiamo anonimamente alcune testimonianze lasciate sul suo blog, che si clicca qui sotto, tra i riferimenti… di fronte ad una violenza come quella che si é abbattuta su Federico é innaturale, scorretto dal punto di vista etologico e degli istinti innati dell’essere umano, rimanere inermi mentre qualcuno viene massacrato. Parlo proprio di istinto, al di là di ogni altra considerazione etica e morale. Sono una di quelle che qualcosa avrebbe fatto. Per chiunque sotto quei colpi, calci e manganelli. Senza neanche domandarmi chi fosse o cosa avesse fatto. Sarebbe bastato un semplice gesto e forse quella mattina le cose sarebbero andate diversamente. Non c’era bisogno di eroi ma di esseri umani… anche se chi menava aveva la divisa della polizia di stato.
E ancora… non c’è giorno, ormai, che non pensi anche a quei quattro: mi auguro ogni giorno che siano finalmente colti da vergogna e ribrezzo di sé. Se non altro devono pur rendere conto alla loro coscienza… E dopo aver letto le vostre riflessioni di ieri ho anche pensato a cosa prova chi ha visto e non ha mosso un dito: correi, sicuramente. Ma chi chiami, a chi chiedi aiuto per fermare quei 4, se indossano proprio la divisa che dovrebbe proteggerti? Questo è l’aspetto inquietante. E lo dico con il malessere e lo stupore di chi ha sempre rispettato chi porta una divisa: non so se ormai, se avessi un problema e mi trovassi da sola e fuori casa, chiamerei le forze dell’ordine. Non solo hanno ucciso, hanno distrutto una vita e martoriato una famiglia, hanno ucciso anche la fiducia da parte dei singoli cittadini. Non si deve generalizzare, questo è certo, ma è impossibile chiedere anche a noi di stare alla finestra a guardare. Non c’è pace senza giustizia!
E proprio adesso… se quella maledetta mattina qualcuno si fosse affacciato e avesse chiesto a gran voce che cosa stesse succedendo, probabilmente Federico non sarebbe morto, perché dopo qualche luce accesa uno dei 4 ha imposto di moderare coi colpi… non e’ stato ucciso solo dai 4, ma da chi ha visto e non parla, da chi poteva intervenire ed ha avuto paura… oggi sarebbe ancora vivo… un bambinone di 18 anni che ha visto quello che non doveva vedere… ci avevano preso per deficienti. Non ci e’ voluto molto a salire a galla… chiunque abbia visto può sempre parlare… per non morire dentro…
Potremmo andare avanti, beninteso, per mesi e mesi (basta affacciarsi per credere… ), ma infine… sei sempre nel mio cuore e nei miei pensieri Federico e fino al mio ultimo respiro avrò sempre davanti agli occhi il tuo viso ed il tuo dolce sorriso. Sarai continuamente accanto a me. Immagino la mia mano protesa verso di te a stringere dolcemente la tua. A volte chiudo gli occhi e mi sembra ancora di sentire il caldo delle tue dita strette alle mie e immagino di sentire la tua voce sussurrarmi ancora: ?… papà ti voglio bene…?. La tua assurda morte dovrà essere sempre presente nella mente degli ?uomini? e di chi ti ha fatto del male, affinché simili fatti non accadano mai più… e che mai altri genitori abbiano a vivere il resto della loro vita con incubi così laceranti e innaturali… nelle parole di Lino Aldrovandi, l?espressione moderata, dall?evidente, superiore, intento didattico, pedagogico di chi, pur nella ferma coscienza dell?irreparabile torto subito, cerca a gran voce verità e giustizia, non vendetta.
Con tutti i dovuti e doverosi distinguo, anche per evitare di cadere nel blasfemo, mi torna in mente il quesito di un gesuita che si chiede, e ci chiede, ?perché la morte in croce?… per la redenzione di noi miseri peccatori, non erano sufficienti quelle poche gocce di sangue della circoncisione??.
Di questo, e della sua ipotetica attinenza concettuale con la storia di Federico, nel rispetto della sostanziale dicotomia Creatore/creatura, parleremo eventualmente un?altra volta.
Il problema odierno resta un quesito di coscienza socioculturale: fermi tutti i presupposti positivi della vicenda di Federico, ucciso da coloro che avrebbero dovuto proteggerlo, e che dovrebbero proteggerci, noi, testimoni dello scempio in corso, saremmo scesi in strada per tentare di fermarlo e, dopo l?intimidazione, avremmo accettato di testimoniare contro i quattro delinquenti in divisa?
Argomentiamo, ve ne prego, il sì e il no, magari dopo una visita accurata da Federico: la merita.
La foto, di Federico ne ho proposte tante, oggi la dedichiamo – no, non voglio ma non posso, ma posso ma non voglio – all’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, il grande assente, che in una vicenda dai profondissimi risvolti spirituali, ha deciso di schierarsi dalla parte sbagliata: sua eccellenza reverendissima mons. Paolo Rabitti, ribattezzato mons. Rabbit (chi conosce la mia aspirante confessionalità sa quanto l’arcivesconiglio stia segnando il mio cuore e rendendo tributaria e titubante la mia coscienza… ) che, il Signore lo perdoni, ha adottato come stemma del suo arciepiscopio l’anagramma del suo cognome RABBI TUUS CHRISTUS.
Et de hoc satis.

Giorgio.

Riferimenti: Federico, cuore di nonno e cuore nostro

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Dagli occhi di un pellegrino 3

12 Ottobre 2006 7 commenti


Concludo, nel corsivo che segue, il magnifico ricordo del pellegrinaggio in Terra Santa, che raccomando a tutti coloro che, sotto aspetti diversi, possono ritenersi interessati: se è vero, come efficacemente apostrofava il nome di una scuola privata dei miei tempi, che ?Volere è Potere?, andateci perché ne vale la pena e non rimarrete delusi dalla profonda spiritualità nella quale resterete immersi durante la vostra permanenza.
E? un ricordo che, come preannuncia il titolo, sposta lo sguardo dagli occhi al cuore del pellegrino.

Dal cuore di un pellegrino
Siamo venuti, Signore,
guidati dai tuoi ministri,
per cercare le tue orme nella tua terra.
Secondo le parole del tuo profeta,
le abbiamo cercate a Nazareth
nella grotta dell?Annunciazione,
sul Monte Tabor,
nel santuario della Trasfigurazione,
a Cana
dove hai dato principio alla tua pubblica vita terrena.
Non le abbiamo trovate.
Le abbiamo cercate sul monte Carmelo
e sul monte delle Beatitudini,
a Tabga e a Cafarnao, anche nella casa di Pietro.
Non le abbiamo trovate.
Le abbiamo cercate al lago di Tiberiade
e al fiume Giordano
acqua del tuo battesimo,
nel deserto della Giudea,
nel mare Morto
e nel villaggio di Qumran.
Non le abbiamo trovate.
Siamo saliti allora a Gerusalemme,
passando per il santuario della Visitazione di Ain Karem,
e le abbiamo poi cercate sul monte degli Ulivi,
nel Getsemani,
nella basilica dell?Agonia
e
in quella del Gallicantu,
nella cappella del Pater Noster
e
in quella del Dominus flevit.
Non le abbiamo trovate.
Abbiamo implorato la tua e nostra mamma Maria
di condurci sulle impronte dei tuoi piedi santi, Signore.
Le abbiamo cercate ancora
nella basilica dei suoi santi genitori Anna e Gioacchino
e
in quella dei suoi santi parenti Elisabetta e Zaccaria,
nella basilica della sua Dormizione,
sul monte Sion,
nella cappella del Cenacolo,
nel Santo Sepolcro
e nella cappella della Risurrezione,
nella basilica dell?Ascensione,
e nella piscina probatica.
Non le abbiamo trovate.
Sulla soglia di una delusione profonda,
siamo andati, infine, Signore,
a Gerico, a Betania, a Betlemme:
neanche nella grotta della tua Natività le abbiamo trovate.
Poi siamo passati nella scuola del tuo servo padre Ibrahim
che, con la sua intransigente fermezza, ha sottratto alla morte tanti fratelli terroristi
avviandoli, noi Ti preghiamo, alla conversione del cuore,
al rispetto e all?amore del prossimo e dell?avversario.
Poi siamo andati nella casa Effeta della tua serva madre Piera
che, insieme alle sue sorelle con la stessa angoscia nell?animo e lo stesso paradiso negli occhi,
sottrae alla morte di fame, di isolamento e di solitudine
tanti bambini sordomuti di qualunque razza e religione.
Poi siamo entrati nei mercati
dove si vende a prezzi gonfi per sopravvivere
e si compra volentieri a quei prezzi per dare vita,
attiva e rispettata.
Qui, Signore,
che hai detto a Tommaso ??tu hai creduto perché hai veduto;
beati coloro che crederanno senza avere visto??.
Qui, Signore,
che gratuitamente,
?come al solito?,
preponendoci addirittura al tuo servo Didimo,
hai voluto donarci questa patente di beatitudine,
che ciascuno di noi dovrà mantenersi
alimentando la speranza
e disseminando amore nella fede.
Qui, Signore,
che hai voluto regalarci lo sguardo ridente,
la corsa impetuosa
e l?assalto furente
di quella tenera bimba audiolesa
che ci è saltata in braccio e ci ha stretto al suo cuoricino traboccante e bisognoso di affetto.
Qui, Signore,
abbiamo incontrato le tue orme,
che abbiamo calpestato nella tua sequela.
Dacci, Signore,
di continuare a farlo per la vita
e di riuscire a comunicarlo ai nostri fratelli,
perché il sorriso di quei bambini rimanga impresso per sempre sui loro volti.

Giorgio.

III fine

Riferimenti: Sempre VERITA’ E GIUSTIZIA per Federico

Dagli occhi di un pellegrino 2

5 Ottobre 2006 12 commenti


Nannarè, sarei rimasto volentieri sul tuo ricordo fino alla chiusura del blog,… ma siamo costretti a lasciarci ‘in faccia’ – non alle spalle, voglio continuare a camminare al tuo fianco – il ricordo delle riflessioni che i 30 giorni dal tuo transito ci hanno suggerito, rinsaldando i vincoli tra gli amici comuni, come atto doveroso nei confronti della vita che continua e riprendiamo il cammino che avevamo interrotto per ricordarti insieme.

Nell?approccio a questa seconda puntata del nostro pellegrinaggio in Terra Santa, mi piace ricordare come il nostro pastore, vescovo della diocesi suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto, mons. Lino Fumagalli ci reclami accanto a sé anche nei momenti di rappresentanza di questo nostro viaggio della speranza: speranza di apertura, di tolleranza, di generosità, di amore, di pace. Siamo, infatti, ricevuti dal patriarca vicario di Nazareth mons. Marcuzzo e dal nunzio apostolico di Terra Santa, Siria e Giordania mons. Sambi, che ci testimoniano il loro apprezzamento per la nostra visita, ma anche la loro preoccupazione per la sorte dei cristiani, ridotti ormai a poche centinaia. Sentimenti analoghi esprime anche il custode di Terra Santa, il francescano padre Battistelli, che ci incontra insieme ai pellegrini – tutti parroci in viaggio di studio e promozione di un grande pellegrinaggio aperto, auspicabilmente, a tanti fedeli – provenienti dalla diocesi di Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo, guidati dal Vescovo mons. D?Ambrosio che rende, tra l?altro, disponibili i posti-letto nell?ospedale Casa Sollievo della Sofferenza eventualmente necessari per la cura di malati non assistibili in loco, in quanto affetti da malattie inconsuete.
Lascio volutamente per ultime poche parole sulla visita alle due città, tra quelle nelle quali riusciamo a entrare, che, insieme a Gerico, maggiormente colpiscono la voglia di prossimo, di amore, di fare, senza gettarsi alle spalle le vicende vissute appena voltato l?angolo: Betania e Betlemme. Tre luoghi nei quali l?economia sembra preda di un?involuzione apparentemente inarrestabile che travolgerebbe le popolazioni recluse.
Andiamo nella ?Terra Sancta High School for Boys? diretta dal francescano egiziano padre Ibrahim Faltas, parroco della Natività che, nel ricordare che quella scuola è frequentata da centinaia di israeliani e palestinesi che convivono in pacifica e solida amicizia, ci racconta senza indulgere ad autocommiserazioni o a facili trionfalismi, i terribili eventi dell?aprile 2002, quando i residenti nella basilica vennero bersagliati per 39 giorni con proiettili di armi pesanti e artiglieria, sia dall?interno che dall?esterno, finché la carità cristiana fece breccia nell?aridità della ragione per realizzare la soluzione concordata incruenta che noi tutti conosciamo.
Andiamo nel ?Centro Effeta? dove madre Piera e le sue poche, giovani consorelle, con la sua stessa morte nel cuore e il suo stesso sorriso sulle labbra e negli occhi, assiste un centinaio di bambini audiolesi, tentando con successo di condurli ad una compiuta espressione dei propri pensieri. Sono bambini in grado di dare e ricevere affetto apparentemente senza limiti, che restituiscono davvero ?con cento e cento doppi? la più timida delle manifestazioni di condivisione di quella loro speranza oggi fondata sulla sabbia. Viene gelidamente da chiedersi cui prodest, che prospettive avrà la loro vita sociale, una volta superato il problema della salute?
Ci siamo ripromessi, il nostro vescovo lo ha ripetuto alle autorità incontrate, di adottare per motivi di studio qualcuno degli studenti più meritevoli: almeno uno, fisicamente, presso la sede della diocesi, altri a distanza.
Sarà una goccia nell?oceano, ma come ha detto la beata madre Teresa che di carità se ne intende ??se nell?oceano non ci sarà, quella goccia mancherà??: è un invito a non fare orecchie da mercante, a non dare le spalle a una questione di enorme rilievo materiale e morale, a fare qualcosa di importante, non sappiamo ancora né come, né quando, ma certamente presto e bene (perché no, ad esempio – senza mai affezionarsi alle proprie parole e alle proprie idee, ma puntando a quella concretezza che risolve, invece di proporli, i problemi e, quindi, anche senza suggerire alternative destinate solo a seppellirli -, a una onlus, che coniughi il nostro bisogno di dare e di fare con le nostre insopprimibili esigenze fiscali).
Potrebbe essere uno dei modi di interpretare e dare attivo riscontro alle recenti parole del Santo Padre in tema di muri e di ponti: di muro ne abbiamo visto tanto; noi ora, oltre che alle parole, pensiamo alle opere che ci chiede nostro Signore e il suo Vicario.
Coraggio, fratelli. Adesso siamo una bella famiglia di almeno 27 persone che potrà solo crescere nel numero e nelle intenzioni. Non dilapidiamo i talenti che, ?come al solito? gratuitamente, Gesù ci ha distribuito, ma facciamoli fruttare a favore dei nostri fratelli meno fortunati e più bisognosi, facendo, facendo, facendo di più e parlando di meno.
Il nostro ?patriarca?, dal vertice diocesano, si farà promotore di un?iniziativa di perenne assistenza che la Provvidenza si incaricherà di alimentare, mentre nell?immediato questo suo gregge, ancorché distribuito nel centro-sud della penisola, lo seguirà. Le impronte del Signore, cercate nell?archeologia religiosa di tutta la Terra Santa, le troviamo, vive e vitali, poco fuori della grotta della sua Natività (v. foto). Le lasciano i ragazzi e le bambine che camminano oggi accanto a padre Ibrahim e a madre Piera. Calpestiamole con convinzione e con continuità queste orme, mettendo da parte rancori e pregiudizi, invidie e pigrizie, ?per fare la sua volontà?. Oggi, a questa espressione che tanto ci preoccupa perché ci chiama a conformare la nostra esistenza a un modello di carità e di essenzialità che cozza contro i nostri egoismi, possiamo dare un contenuto di amore e di concretezza che abbiamo conosciuto e condiviso. Ricordiamoci di quanti ci hanno detto e quante volte ci siamo detti che non basta mandare denaro; dobbiamo andare e mandare persone fisiche che alimentino un?economia asfittica e donino vita, attiva e rispettata, a chi viveva di turismo e agricoltura. Il turismo, anche religioso, latita; i prodotti ortofrutticoli non basta che li vendano e li comprino tra loro. Non lasciamo cadere nel nulla l?accorata richiesta di aiuto, senza dimenticare che neanche i nostri fratelli maggiori sono tutti ricchi: nessuno, a cominciare dalla coscienza retta di ciascuno di noi, ce lo potrebbe perdonare.
Dimenticavo due parole sul viaggio di ritorno che, come anticipato, è davvero da Guinness: sveglia telefonica (sic!) alle 1:00 di venerdì 20 febbraio, partenza per l?aeroporto di Tel Aviv alle 2:00 e per Roma Fiumicino alle 6:05. Come dicono a Napoli, nu babà. Viaggio rilassante, arrivo a Roma verso le 9 locali. Per le procedure d?imbarco, di competenza EL AL, le informazioni più dettagliate le possono fornire Matteo per quella di Roma e Giuliana per quella di Tel Aviv. Niente altro per Luca: ancora un apprezzamento sembrerebbe enfasi, negativa, tutto il resto, riduttivo. Grazie Luca.
Coltiviamoci questo cuore un po? meno di pietra e un po? più di carne che abbiamo riportato a casa e piantiamo subito in vaso con terra buona, santa appunto, i semi di carità e di amore (sembra espressione tautologica, ma stavolta non è così) che il Signore ha posto sulla nostra strada.
A presto, con le opere
.
II continua

Giorgio.