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Archivio Agosto 2005

Calipari: quale verità per Rosa?

31 Agosto 2005 5 commenti

Mi sono appena imbattuto sul TG 3 nelle conclusioni più recenti della vicenda Sgrena che, nel marzo di quest’anno, ha condotto all’inaudita morte di Nicola, uno di noi, anche se straordinariamente più grande di noi tutti messi insieme e, a maggior ragione, di ciascuno di noi.
Ho già avuto occasione di ricordare quel passo del vangelo della vita secondo il quale “non c’è niente di più bello che dare la vita per i propri amici”… Che l’avesse fatto, con certezza, ne conoscevo Uno solo, quasi 2000 anni fa. Ora un altro, in modo eroico, quanto gratuito. Che bisogno c’era di quella sventagliata di colpi addosso a una vettura che, quand’anche, e non è vero, avesse ignorato le regole per il riconoscimento, non aveva comunque manifestato alcun atteggiamento aggressivo?
Ma si sa… gli americani sono quegli stessi ragazzoni un po’ sbadati che sul Chermis, giocando alla guerra con gli aeroplanini lanciati a bassissima quota in una splendida valle alpina, buttano giù una cabinovia con dentro 20 persone, tutte uccise, e poi si portano via il responsabile per assolverlo negli States… sono quelli che esportano democrazia e pace a cannonate dove c’è il petrolio e ignorano per anni la pulizia etnica dove il petrolio non c’è… sono quelli che dichiarano con decreto l’inizio della guerra e con lo stesso mezzo ne dichiarano la fine, salvo a morire, e a far morire (ovvero uccidere), dopo, migliaia e migliaia di persone… sono quelli che si sparano, e si abbattono, fra di loro, ma che tirano giù anche gli inglesi, che non a caso si rifugiano in zone di influenza militare fisicamente distanti migliaia di chilometri iracheni… sono quelli che riescono a coinvolgere in questo tiro al (proprio) piccione, in questo mese di agosto, perfino gli israeliani che quanto a organizzazione bellica andrebbero lasciati stare… sono quelli che ci hanno impunemente ammazzato un uomo dei servizi segreti di incommensurabile valore nell’esercizio delle sue funzioni e che, dopo aver falsificato tutte le prove da loro democratici integralmente requisite, hanno convinto il nostro governo non servo, ma proprio schiavo, che quella vettura che tentava nella notte di portare in salvo qualche nostro connazionale era assai più minacciosa di quelle che giornalmente esplodono, facendo carneficina delle loro truppe.
Ma noi siamo quelli che non si fanno intimidire… come Berlusconi, Fini, Martino che abbiamo visto andare giù in camper con moglie e figli a visitare le nostre truppe… siamo quelli che non resteranno laggiù un minuto più del necessario… di che?… dell’assegnazione degli appalti per la ricostruzione? (ricordiamo Mussolini che, ai tempi della blitz krieg, disse che aveva bisogno di qualche centinaio di morti per sedere al tavolo della pace?)… che hanno subito per decine di anni che una propria connazionale “terrorista” di nome Baraldini fosse “ospitata” nelle loro prigioni senza che nessuno sollevasse un dito…
E allora è giusto che il nostro amichetto, dice lui, di Bush, di Putin e di Blair, quello che se non allargavano il G5 a G7 stava fuori pure dal G, quello che non è riuscito, ad onta di tali e tante amicizie, a entrare nel Comitato di Sicurezza dell’ONU, quello che invece è riuscito a dare voce pure a un risuscitato dal demonio come Bossi, quello, proprio quello, beneficato – insieme ai suoi parenti e amici, e a quelli portatori, casualmente e che Dio li perdoni, di interessi con essi compatibili – dalle leggi votate in Italia negli ultimi 4 anni, continui a “spupazzare” il nostro paese in tutto il mondo, raccontandoci che Nicola è morto, chissà, per propria incuria, magari perché non aveva indossato l’elmetto e il giubbotto antiproiettile, corredo tipico di una missione di pace.
Abbiamo ancora un anno di questo scandalo di materialismo storico e politico… quello successivo ce lo saremo scelto e scritto, conniventi, da soli.

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La storia seconda IV

27 Agosto 2005 4 commenti

Anche sotto il profilo del compimento, del completamento, del rapporto bilaterale maschio/femmina, la vicenda continua ad evolvere positivamente.
Ricordo, davvero come un auspicio, un vaticinio, il decisivo intervento del mio secondo padre spirituale, dopo Padre Pio, Padre Gualberto Giachi S.J. che a me – come ho già annotato in un post precedente – giovane ignaro 15enne – in luogo dei genitori che all’epoca non affrontavano volentieri “certi” argomenti – aveva svelato, con delicatezza impalpabile (… fiori e farfalle, poli positivi e negativi), significati e retroscena della vita di relazione: a lui devo la normalità della mia esistenza e della mia famiglia, diciamo così, oggi soddisfacentemente confessionale.
Le contrapposizioni sono sempre radicali, manichee: bene e male, buono e cattivo, bello e brutto… o anche
Buio e sole
Vago,
incerto l’amore.
Il dubbio lo ha spinto nel buio.
Perché di un dubbio,
vago anch’esso.
Eccoli, dietro di me,
felici momenti di gioia spensierata.
Il buio forse è coscienza.
Di cosa?
Non coscienza sorella di amore,
spirito anch’essa come lui, purissimo.
Coscienza, solo di amarti.
Lei non è dubbio.
Cos’altro?
Sì, tedio.
Quello che non ho fatto.
Eccoli ancora i momenti felici.
Il nulla mi opprime: no,
vive sempre l’amore.
Quello che non farò.
Sento battere insieme due cuori.
I tuoi occhi, caldi e pensosi.
Morbide, le tue labbra piene di ansia.
Ecco il tuo dubbio: ansia e paura.
Paura e noia.
Fra noi.
Ma questa è fonte di quella.
E noia è lontano da te.
Oggi,
vicini,
il sole ha bruciato la fonte,
spenta per sempre.
Il buio ha cancellato l’amore:
un’ombra l’ha oscurato.
Benedetto,
ancora il sole l’ha spazzata via.

Momenti ?ebbri di gioia tangibile?, ancorché l?assenza di casa mia mostri la corda di una situazione? che poteva essere diversa, nel senso che avrebbe potuto farci vivere in modo più coinvolgente, più completo, il periodo più bello della nostra vita che, almeno io, ho dovuto vivere fuori dalla mia casa, lontano dai miei affetti di provenienza.
Un appello, una supplica, a noi papà e mamme di oggi, come di ieri, o dell?altroieri: di figli nostri ce ne sono uno o due, di principi e/o principesse di Savoia dell?epoca, pure. Non è detto che dovessero, debbano o dovranno incontrarsi tutti per forza, senza contare l?esempio tutt?altro che commendevole che ciascuno di essi (Savoia) è stato capace di dare.
Accontentiamoci di coloro che soddisfano i nostri figli, ai quali è importante aver dato certi valori (e si badi bene: non è il mio caso!).
Il resto, soprattutto se in ritardo, è del tutto inutile, quando non addirittura dannoso. I nostri divieti, i nostri ostacoli, i nostri dinieghi, servono soltanto a cementare un?unione ben oltre le intenzioni degli interessati, nel senso che, alla fin fine, i responsabili di quella unione saremo stati noi, con le depressioni e gli stress inflitti ai figli, che hanno cercato rifugio e comprensione in una persona alla quale, senza le nostre interferenze, forse non si sarebbero mai rivolti, quanto meno in modo? definitivo (e anche ora insisto: non è il mio caso).
Siamo, ormai, agli ultimi dubbi, all?ultimo…
Incubo
È così lunga la strada,
dura,
senza te.
Torno,
solo,
nella valle verde dei nostri sogni,
dove tante volte ci siamo condotti per mano,
ebbri di gioia tangibile,
felicità corporea di stare insieme,
vicini.
Triste,
rivedo la luce dei tuoi occhi
accendere di vivi bagliori il tuo volto di angelo bambino;
odo il vento ululare furioso,
portando seco il verbo di mondi vuoti;
risento i tuoi sguardi muti,
le tue dolci parole
che mi scuotevano di un sano fremito di vita.
Disprezzo la rosa tenera,
ruvidi petali incolori,
corolla di un ramo pungente;
ricordo le tue labbra morbide,
rosse di sangue nostro,
unite alle mie in un caldo abbraccio di passione,
sfida al tempo che scorre,
costretto a fermarsi in attimi fissi in immobile perpetuità.
Pallida sembianza,
si specchia l’azzurro cupo del cielo
nell’acqua cristallina del lago ritroso,
nostalgico e avido di mandare ancora al mare
immagini felici di due anime avvinte.
Mi corrono incontro, flessuose,
le onde che sciacquano le rive erbose,
ma tornano indietro deluse.
Sono solo.
Dov’è?
L’ho perduta.
Ed esse, pietose,
mi salgono agli occhi a celare, discrete,
il pianto di un vinto.
Giaccio assente negli estremi aneliti
di una vita ormai priva di scopo;
tendo un’ultima volta le braccia
all’aria inerte che odora di te.
Accenti disperati,
coscienza ribelle
della fine iniqua di una promessa beatitudine eterna
che un genio maligno ha reso mortale.
Il sibilo sinistro della morte
annunzia la fine di un’esistenza passiva,
vedova del suo spirito.
Ho freddo.
Le membra si distaccano l’una dall’altra:
ancora uno sguardo alla falce nera imbrattata di sangue
che si avvicina ansiosa alla sua prossima vittima.
Ti desidero,
ti voglio, ti invoco,
grido il tuo nome.
Nulla.
Addio.
Cala spietato il fendente,
arbitro incorruttibile,
giustiziere imparziale di estreme illusioni.
Musica celeste,
la tua voce dolce mi chiama dal sonno mortale,
conclusione ambita di un incubo assurdo,
che ha invano tentato di negare un’evidenza materiale,
tattile,
indistruttibile.
Rende,
la tua presenza,
tonante sussurro al vento,
vellutato profumo alla rosa.
Rende la vita a me,
rende un corpo all’amore,
nella valle verde dei nostri sogni
vittoriosi di forze avverse della luce e delle tenebre,
divenuti realtà grazie a te,
che hai saputo donare tutta te stessa
a ciò che di puro e bello sopravvive al mondo.

IV (segue)

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La storia seconda III

21 Agosto 2005 21 commenti

Pur nella preferenza, nel corso delle ventiquattro ore, per il periodo che indichiamo comunemente come…
La notte
Buia,
impenetrabile,
impalpabile,
la notte cala sulla terra,
sugli uomini,
su di me.
La invoco,
la desidero,
perché è parte di me.
Calma e battagliera,
taciturna,
ma sempre pronta a lottare con la luce;
vittoriosa al tramonto,
soccombente all’alba,
attende paziente la sera
per la sua quotidiana rivincita.
Prego che il mondo finisca di notte
perché possa lasciare un buon ricordo di sè.
Perché essa è buona,
e copre pietosa le bassezze della vita,
che la luce impudica espone e dichiara
sfacciatamente,
con arroganza.

… comincia a farsi strada, come nei migliori romanzi di appendice, il lieto fine, nel senso non tanto della consapevole e condivisa rinuncia ai propri (presunti o asseriti) diritti, a quel famoso 50%, cioè, che rappresenta, per ciascun membro della coppia, una fetta stratosferica della propria vita, quanto della presa di coscienza della ineluttabilità di questa remissione.
E? la cronaca che diventa storia e perde, man mano, la prerogativa della sola negatività: l?esperienza, siccome la storia maestra di vita, detta un?elasticità maggiore nella valutazione dei numerosi fatti, appunto, negativi.
È ciò che si manifesta nelle riflessioni che partono dalla consueta contestazione, ma concludono nella transazione del lieto fine?
Credo
Non credo più.
Il bambino crede perché è indifeso.
La donna crede perché è debole.
L’uomo non crede.
Se Egli fosse condurrebbe il mondo,
che invece va alla deriva,
sporco antro di porci
che grugniscono e si azzuffano,
assetati di sangue umano.
Non credo più.
Voglio sparire,
ma non sono tanto vile,
o tanto coraggioso,
quanto serve per uccidere il mio corpo,
il solo a vivere, che ora vegeta.
Allora dormo,
ché anche dormire è sparire
e un po’ morire.
Ecco, cammino, solo.
Non voglio star solo,
ho paura.
Cerco,
chiamo,
grido.
La voce torna a me,
rimbomba,
tuona,
mi atterrisce,
ingigantita dal nulla che riempie il vuoto del mondo.
Io,
solo,
al mondo.
La morte è l’attimo, terribile,
nel quale manchi, cosciente, a te stesso.
Solo al mondo è morte continua.
Estremo ansito di un mondo già morto,
vago in cerca di chi soffra con me,
ma soltanto odo risuonare i miei passi cupi, fragorosi,
sull’erba molle, morta anch’essa.
Io solo dunque vivo?
Penso,
gioisco:
l’uomo è scomparso,
cancellato dalle forze del male
ch’egli stesso ha scatenato;
forze fisiche, materia,
ché lo spirito non esiste.
Io,
ultimo testimone di un esperimento fallito
sulla materia in rivolta,
stolta allora nell’acquiescenza,
ora saggia nella propria estinzione.
Anch’io sono materia,
anch’io voglio sparire.
Ma non nel sonno,
temo il risveglio.
Nella morte, sì:
troverò ora il vile coraggio
di togliere la vita al mio spettro
per diventare, infine,
un cadavere morto.
Cammino,
corro,
salgo,
sono sulla vetta;
sfido il vuoto sottostante,
per morire.
No, volo.
Cado.
L’acqua mi copre.
Muoio.
No, respiro.
Il fuoco mi avvolge.
Brucio.
No, si spegne.
Il masso mi stritola,
mi uccide.
No, si frange.
Il ferro mi passa.
No, si spezza.
Cosa,
cos’altro per morire?
Dio,
Dio mio, se puoi fa ch’io muoia!

Posso,
tu non vuoi,
ché non credi.

Questa è la pena: vivo tra i morti.
Mi prostro.

Perché non credi?
Io,
credo.

Allora
morirai.

Dio,
ti benedico.
Sveglio,
vivo tra i vivi,
io credo
e un giorno morirò.

III (segue)

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Simona 2 – Il ritorno di Simona

17 Agosto 2005 3 commenti

Ai miei tempi mi pare ci fosse uno dei primi serial che faceva titoli di questo tipo: … la vendetta, … il figlio di (no, no, niente di licenzioso, è solo il nome del padre protagonista del film precedente), ecc.
Bene, mentre l’autocritica conseguente al suggerimento lasciato da Berardo nel suo commento al mio precedente post produceva i suoi frutti, mi sono reso conto che l’ultima notizia ufficiale datavi, dopo le tante richieste di preghiere comunitarie, risale al 20 luglio scorso, due giorni dopo il miracoloso giorno del giudizio…
A parte qualche piccolo inconveniente (goccia, rimessi i punti, ritolti i punti, si è chiuso, adesso invece di gocciare si gonfia, …) che ci dicono di routine, il tutto procede alla grande.
Il 14 agosto Simo e Silvia sono partite con l’Eurostar delle 13:30 per Bologna (con Silvia, “io non dormo”, che ha bruscamente cancellato le illusioni della mamma), dove sono andate a trascorrere con Marco il ferragosto che si protrarrà ancora per qualche giorno.
Dato che la casa dei prossimi 4 anni è ancora da trovare (anzi se qualcuno a Pieve di Cento o nei dintorni… ), Marco ha preso in affitto un piccolo residence ricavato in un monolocale. Il risultato è che Silvia ieri sera al telefono ci ha detto sghignazzando che loro dormono in cucina…
Il tutto per confermare che regna un’atmosfera di serenità e di armonia il merito della quale va certamente a Lui, ma un poco anche a noi che, tutti insieme, Lo abbiamo, come dire, interessato.
Grazie, grazie di cuore a voi tutti, fraterni amici. Giorgio

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La storia seconda II

10 Agosto 2005 11 commenti

Le inevitabili contrarietà, quelle che ti fanno dubitare di essere nato nell?universo giusto, quelle che ti fanno soffrire in una misura insostenibile, quelle che finiscono con il diventare una…
Ragione di vita
Dolore.
Norma di vita, simbolo di esistenza,
compagno inseparabile.
Ombra vile,
anonima,
pavida di mostrare un volto.
Sgusciante,
ma saldamente avvinto se provi a staccartene,
ti segue in silenzio;
quando credi di averlo scacciato,
di aver conquistato la felicità;
allora ti piomba di nuovo addosso
per soffocarti,
per stritolarti.
Felicità.
Verbo vuoto,
attimo intravisto e non colto, nesso temporale,
legame astratto,
effetto e causa di due dolori.
Ancora più vile di essi,
perché serve ad illuderti,
a farti apparire più grave,
quando sei pronto a gioire,
il nuovo male.
Ché se poi il momento che fugge si ferma
lo cogli trionfante
e troppo tardi ti accorgi di allevare soltanto un’altra pena.
Dolore.
Testimone onnipresente,
spia ineliminabile di ogni atto.
Ti prende per mano
e ti conduce quanto vivi al mondo.
Piange il bimbo che nasce,
la sposa sull’altare,
la donna nel parto,
il vecchio che muore,
piange chi vince insieme alla sua vittima.
Memoria del passato,
specchio del presente,
indice del futuro,
unica realtà vitale.
Vuole soffrire chi vuole vivere:
c’è vita solo nel dolore
e dolore è sofferenza,
angoscia,
passione.
Deve soffrire chiunque voglia vivere,
perché azione è dolore;
il resto è nulla,
negazione dell’io,
rinunzia priva di orgoglio, senza vita.

…, ti sospingono sempre più verso il concetto cardine, che ciascuno di noi si è ripetuto davvero fino alla nausea, secondo il quale la tua libertà, già condizionata dal tuo vivere nella società, si abbatte, nel rapporto di coppia, del 50%. Ma non basta, ché esso risulta ulteriormente incrementato, nel senso che il tuo residuo corrispondentemente diminuisce, dal seguito petulante del tuo compagno (e, naturalmente, il suo dal tuo… genitori, fratelli, nipoti, zii, nonni e affini, alla faccia anche della vecchia norma di diritto romano adfines inter se non sunt adfines della quale, a tua insaputa, sei la classica eccezione che la conferma).
La notte dell?orizzonte non rischiara, non c?è traccia delle prime luci dell?alba, tutto resta negativo, fino all?azzeramento della libertà di ciascun membro della coppia, che finisce spesso con il chiedersi che fine abbia fatto la propria…
Dignità
Non chiederti perché sei al mondo,
ché il destino crudele,
orrenda maschera orfana di tempo e di spazio,
avido divoratore di illusioni,
concede solo ciò che non vuoi
o, almeno, non chiedi.
Non credergli quando professa umanità,
generoso altruismo;
egli dapprima t’inganna
e poi, sadico, si ride di te,
ingenuo mezzo dei suoi loschi fini.
Ha perfino inventato l’amore che t’impegna una vita
nell’ansiosa ricerca di quel che ti manca:
quando, trionfante, credi di averlo trovato,
una corrente d’aria
incapace di muovere una foglia secca,
di sollevare una bolla di sapone,
basta a portartelo via.
E tu ti scopri più imperfetto,
più solo di prima.
Li incontri di notte,
destino e amore che,
sostenendosi a vicenda,
ti seguono motteggiando,
ti additano,
ti manovrano,
ti scherniscono.
Non farti burlare,
non bere il nettare che ti porgono: è veleno;
non correre dietro alle stelle: non le prendi mai.
Attento, è un miraggio;
peggio, una trappola;
fermo, cadi.
Te l’avevo detto:
ora sì, ora mi ascolterai.
Vivi in umiltà dignitosa,
ma bada,
umile non è ingenuo,
ché ingenuo è sciocco.
Non farti più ingannare,
snobba destino e amore,
parti di fantasie malate,
testimoni e artefici di gesta indegne.
Non chiederti perché sei al mondo:
ti consoli soltanto l’idea che non ne hai colpa.
Continua a scrivere, passivo, il diario della tua vita
e solo crucciati di non poter cancellare
ciò che altri vi ha scritto.
Vivi,
ma appena puoi muori perché, ricorda,
di una sola cosa non abbiamo colpa:
di essere nati,
ma di tutte le altre sì,
anche dell’ora della nostra morte.

Traspare, è palese, la fattispecie limite (nella vita di tutti i giorni, beninteso, c?è anche quella), ma la stessa reazione può assumere contorni, significati e finalità pedagogici.
Ad onta delle apparenze, però, mai si appalesa l?idea di farla finita.
Sempre prevale, al contrario, l?istinto alla lotta per la sopravvivenza.

II (segue)

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La storia seconda I

5 Agosto 2005 7 commenti

Ammiccando al successo del racconto a puntate delle ?Ie Beracampervacanze?, ho concepito anch?io (rosica, rosica, rosica… gira, rimbalza e rosica… ) il racconto serial del giovane Giorgio, sempre fondato intorno alle riflessioni dell?epoca, che parte dall?età dei 15/16 anni.
Considerata, d?altro canto, l?assenza tra di noi di conflitti generazionali, penso che nessuno possa aprioristicamente rifiutare queste esperienze, limitandosi, al più, a leggerle, ovvero a sospenderne la lettura, come per una storia non interessante.
Considerata, altresì, la lunghezza di alcuni dei post precedenti, ritengo, in questo modo, di favorire il rispetto del tempo dei miei amici.
Il sentimento dell?amicizia è tra i primi che ci assale. Mi disse un giorno mio figlio: ?Tutto quello che mi hai detto sui miei doveri non è vero: la cosa più importante è l?amicizia?? non è questa la sede per sindacare le conseguenze di questa affermazione, pur nel caso specifico. È un fatto che anch?io non sia andato, a suo tempo, molto lontano da questo concetto, senza, però, fermarmi ad esso…
Amicizia
All?amico
dici ciò che pensi.
Se l?amico ti ha deluso
pensi quello che dici.
Prima saliva alla bocca
ciò che avevi nel cuore.
Ora scende nel cuore
quello che hai sulla bocca.

Questo era sentimento tipicamente unisex, soprattutto per i maschietti dell?epoca mia, perennemente nella (vana) attesa di qualcuna che ? ?gliela desse?. Dopo, irrompeva, il rapporto con l?altro sesso, quello speciale, che ??non ho mai conosciuto una così?, una da…
Sogno
Il passaggio dal sogno alla realtà
è sempre brusco e deludente.
Ma svegliandomi
e vedendoti china su di me
mi sembra di sognare.

Si cominciano a mettere a punto, oltre ai sentimenti, le sensazioni di questo rapporto che ti invita, sì alla cautela ma, soprattutto ad…
Amare
Amare è desiderare,
desiderio di una sensazione,
una sensazione di possesso,
possesso di un corpo.
Ma della medaglia dell’amore
questa è solo una faccia;
il rovescio non è contraddizione,
ma complemento del primo verso.
Perché amare è desiderare,
desiderio di un sentimento,
sentimento di un bisogno,
ineffabile, etereo;
un bisogno spirituale, incorporeo,
di completezza, di perfezione.
Amare è simbiosi
di sesso e di spirito,
di anima e di carne.
Perché amare e desiderare
un corpo e la sua anima,
perché l’amore nasce dalla materia che attrae;
la sensazione crea il sentimento
che finisce col sovrastarla;
perché i corpi sono sempre simili,
talvolta uguali;
gli animi sempre diversi, talvolta
anche da se stessi.
Amare è unire due sessi e due spiriti
in un corpo solo,
autosufficiente,
con un’anima neutra,
coscienza amorale di un essere perfetto.
Perché amare è
pensare ciò che lei pensa,
volere ciò che lei vuole,
sentire ciò che lei sente,
godere ciò che lei gode.
Amare ciò che lei ama.

Il giovane impara presto, a proprie onerosissime spese, che la medaglia dell?amore, e soprattutto quella, ha le canoniche due facce… che non perdonano.
Amore e coscienza
Strano sentimento l’amore.
Ti assale,
ti comprime,
ti esalta,
ti induce alla lotta.
Quando vinci la tua battaglia
ti abbandona,
preda di cupi pensieri;
se però esci battuto
rimane dentro di te,
sentimento insoddisfatto,
testimone odioso di un orgoglio ferito.
Non credo all’amore,
che trionfa nella sconfitta
e scompare nella vittoria.
Perché questo amore è teoria,
idea,
eufemismo,
che veste di nobili panni una turba di pezzenti.
Non è amore, è passione;
non è sentimento, è sensazione;
non è intelletto, è senso;
non eleva lo spirito, eccita la carne.
Non so amare perché amo ciò che è nuovo,
e ciò che è nuovo invecchia,
ma non cambia
e io non l’amo più
perché non l’ho mai amato,
l’ho solo desiderato,
appassionatamente, fortemente voluto,
a soddisfare una brama di conquista,
di possesso,
per poi abbandonarlo.
Perché sono egoista,
incapace di un sentimento come l’amore,
eterno per essenza;
perché conosco solo diritti;
perché rispetto solo i miei interessi,
senza curarmi dei sentimenti altrui.
Non credo all’amore,
perché mi fa comodo così.

Siamo nel pieno della contestazione, dell?antiglobalizzazione, ma forse il peggio, nel senso umorale del termine, deve ancora venire…

I (segue)

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